Questo itinerario comincia tra i campi di un radicchio costoso quanto il caviale
e finisce su una montagna dove morirono quarantaduemila persone. In mezzo: una piazza tagliata in due per cinquant'anni da un muro
, una città costruita dal nulla con le brigate giovanili di un'intera federazione socialista
, una sella dove l'esercito imperiale sistemò le fontane dei generali e i comandi al riparo dai cannoni, una torre panoramica
che si guadagna a forza di gambe e restituisce il senso di tutto
, e una villa ottocentesca
attorno alla quale il confine tra due stati piega ad angolo acuto per ragioni che sembrano avere a che fare con feste memorabili e amicizie nel posto giusto.Ventotto chilometri, due paesi, un secolo di storia compressa in uno spazio ristretto. Non è un percorso per chi ha fretta: le salite non perdonano, e i luoghi men che meno. Ma chi accetta il patto — pedalare lentamente, guardarsi attorno, leggere i cartelli e ogni tanto fermarsi — porta a casa qualcosa di raro: la sensazione fisica di aver attraversato la storia, non di averla solo letta.
Descrizione
Visto che queste pagine offrono tutto il necessario (mappe e tracce gpx) per non perdersi durante la pedalata, anche qui non troverete istruzioni passo-passo su dove svoltare, girare, salire, scendere, ecc. Ci soffermeremo invece su luoghi, bellezze paesaggistiche e memorie che si incontrano lungo il percorso che ha come punto di partenza ed arrivo il parcheggio della zona artigianale di Via del Monte Santo a Gorizia.
Piazza e Stazione della Transalpina
A partire dal 1947 la piazza
era divisa fisicamente in due dal “Muro di Gorizia" che separava l'Italia dalla Jugoslavia. Nel 2004, anno in cui fu eliminata la recinzione confinaria, nella piazza fu consentita la libera circolazione delle persone (la Slovenia entrò nell’area Schengen tre anni più tardi, nel 2007). Dal 2008 fu rinominata in "Piazza dell'Europa" (trg Evrope).
In luogo del Muro di Gorizia oggi c'è un mosaico circolare
e la linea di confine è indicata da semplici mattonelle di pietra. Il Mosaico della Nuova Europa, progettato dall’architetto triestino Franco Vecchiet e realizzato dalla Scuola Mosaicisti del Friuli di Spilimbergo, rappresenta l’esplosione del confine. Tutt’oggi la linea confinaria è definita millimetricamente da cippi con doppia numerazione (settore e posizione). Quello a suo tempo presente al centro della piazza è stato rimosso ed i frammenti metallici inseriti nel mosaico rappresentano proprio l'esplosione ideale del suo numero, il 57/15. Il centro del mosaico
coincide con il punto esatto dove sorgeva il cippo. L'opera è stata pensata per "cancellare" la verticalità della barriera e sostituirla con una orizzontalità calpestabile, segnando il passaggio dal divieto di transito alla libertà di movimento.
La Stazione ferroviaria della Transalpina
fu inaugurata il 23 luglio 1906 dall'arciduca Francesco Ferdinando. Faceva parte dell'ambizioso progetto della "Ferrovia Transalpina" voluta da Vienna per collegare direttamente il cuore dell'Impero al porto di Trieste, evitando il passaggio per il territorio italiano di Udine. Fu progettata dall'architetto Robert Seelig in un elegante stile secessionista, tipico dell'epoca d'oro dell'Impero Austro-Ungarico. La maestosa facciata ha assistito ai mutamenti più drammatici del Novecento: dai bombardamenti della Prima Guerra Mondiale fino alla firma del Trattato di Parigi del 1947 quando il nuovo confine tra Italia e Jugoslavia fu tracciato a pochi metri dal portone d'ingresso, trasformando il piazzale antistante in un luogo simbolo della Cortina di Ferro, diviso da una recinzione presidiata.
Per decenni sulla facciata campeggiò una grande stella rossa
e lo slogan "Costruiamo il socialismo", simboli del nuovo corso jugoslavo di Nova Gorica, la città nata dal nulla proprio alle spalle della stazione.
L’atrio, che conserva un'eleganza d'altri tempi
, capace di trasportare il visitatore nell'atmosfera della Mitteleuropa di inizio Novecento, è uno spazio museale aperto ricco di pannelli che raccontano la storia della ferrovia
.
La stazione ospita l’interessante Collezione museale Kolodvor dedicata alla storia del confine.
Nova Gorica
Nova Gorica è una lezione a cielo aperto di urbanistica razionalista e storia del confine.
Lasciata alle spalle la piazza della Transalpina percorriamo Erjavčeva ulica
, l'arteria vitale che connette la stazione della Transalpina al centro cittadino. Al secondo semaforo svoltiamo a destra in Delpinova ulica e, incrociata Trubarjeva ulica, svoltiamo a sinistra; qui troviamo i cosiddetti “Ruski Bloki”
, gli edifici più vecchi della città, datati … 1950. Facevano parte del progetto del padre della città, l'architetto e urbanista Edvard Ravnikar. Realizzati con metrature e criteri di prim’ordine, tutt’oggi sono tra i più ambiti della città.
Proseguendo su Kidričeva ulica arriviamo ad una rotonda dalla quale possiamo già ammirare l’imponente mole del Municipio (Mestna občina) di Nova Gorica
. L'edificio è uno dei simboli più puri del Modernismo sloveno. Fu progettato dall'architetto Vinko Glanz; la costruzione iniziò nel 1949 e terminò nel 1953.
All’altezza del municipio svoltiamo a sinistra e scendiamo dalla bici per attraversare l’area pedonale di Bevkov trg. All’inizio, sulla sinistra, troviamo il plastico bronzeo
che riproduce il progetto (realizzato solo in parte) della “città giardino” di Ravnikar ispirato ai principi di Le Corbusier. Sul modello è riportato il seguente motto: “Dobbiamo costruire qualcosa di grande, bello e fiero, qualcosa che brilli oltre confine”.
Usciti dall’area pedonale inforchiamo nuovamente la bici sulla pista ciclabile di Ulica Gradnikove Brigade. Un elemento urbanistico davvero singolare è la cosiddetta “Muraglia Cinese” (Kitajski zid)
. Si tratta di complesso residenziale realizzato negli anni ‘70 costituito da 6 edifici distinti (o grandi sezioni verticali), accostati l'uno all'altro in modo continuo per formare l'imponente facciata longitudinale. Ogni edificio si sviluppa su 12 piani. A differenza della visione originale di Ravnikar (che prevedeva blocchi più bassi immersi nel verde), la Muraglia Cinese riflette il cambiamento di rotta dell'urbanistica jugoslava degli anni '70, che puntava a una maggiore densità abitativa. Ma la “Muraglia Cinese” aveva anche una potente valenza simbolica e propagandistica: doveva dimostrare ai cittadini italiani, che guardavano oltre il confine, l'efficienza e la grandezza del sistema socialista. Era un modo per dire: "Il futuro è qui, da questa parte della linea".
Nova Gorica è rinomata per i suoi casinò, come il celebre Perla
(uno dei più grandi d’Europa) e il Park
, che hanno ridefinito l'economia della città negli ultimi decenni trasformandola da "città giardino" ideologica a "Las Vegas della Slovenia". Queste strutture con le loro insegne neon e gli ingressi sontuosi contrastano in modo affascinante con le linee rigide dei blocchi abitativi circostanti e attirano visitatori da tutta Europa, in particolare dall'Italia.
Sella Vratca
Lasciato alle spalle il centro di Nova Gorica, una salita molto impegnativa, costellata da alcuni tratti decisamente ripidi, ci porta sulla sella Vratca.
Il tratto stradale Kromberk (Moncorona) - Ravnica venne realizzato dall'esercito austro-ungarico già nei primi mesi della Prima Guerra Mondiale sul fronte isontino. Rappresentava un collegamento relativamente sicuro e rapido tra il Trnovski gozd (Selva di Ternova), nelle retrovie, ed i campi di battaglia presso Gorizia e tra la valle della Vipava (Vipacco) e la conca di Grgar (Gargaro).
Lungo questa strada, non lontano dalla sella Vratca, i soldati già nell'agosto 1915 costruirono due fontane nel punto in cui sgorgavano due sorgenti. La più importante prese il nome dell’imperatore Francesco Giuseppe, Franz Joseph Quelle, l'altra invece dal comandante delle forze armate, l’arciduca Federico, Erzherzog Friedrich Quelle.
Durante i combattimenti dell’estate 1917, la sella Vratca era un punto importante per i rifornimenti austro-ungarici perché era al di fuori della portata dei cannoni italiani. Era perciò particolarmente adatta per collocarvi i comandi militari, le installazioni sanitarie e le unità di riserva.
Oggi, quest'area conserva ancora tracce visibili delle fortificazioni e delle trincee dell'epoca, testimonianza del suo passato bellico.
Abbandonato l'asfalto, in fuoristrada impegnativo in alcuni tratti per il fondo sconnesso giungiamo nei pressi di Ravnica circondata da bei prati
e pascoli
.
Monte San Gabriele
Il Škabrijel (Monte San Gabriele - 646 metri) fu uno dei più terribili e sanguinosi campi di battaglia del fronte isontino durante la Prima Guerra Mondiale. I combattimenti su di esso raggiunsero l'apice dopo il ripiegamento austro-ungarico sulla Banjška Planota (altopiano della Bainsizza) il 24 agosto 1917, quando l'esercito italiano accerchiò il monte da tre direzioni e indirizzò verso la sua cima numerose unità.
Nell'intera area del San Gabriele i combattimenti durarono sino all’ottobre del 1917 e furono talmente intensi che sono molto poche le postazioni di difesa dell'esercito austro-ungarico che si sono conservate. Nel settembre 1943 alcune di esse vennero riadattate da alcune unità partigiane nel tentativo di bloccare lo sfondamento dell'esercito tedesco. Tra il 1945 ed il 1947 l'esercito americano costruì sotto la cima diverse strutture minori, visto che dopo la Seconda guerra mondiale lungo la cresta di questo monte correva il confine tra le zone A (Governo Militare Alleato) e B (Governo Militare dell'Esercito Jugoslavo).
L'importante eredità storica lasciata dalla Grande Guerra lungo l’Isonzo è oggi riunita nel Walk of Peace dalle Alpi all'Adriatico, un sentiero unico nel suo genere, lungo più di 500 chilometri, che collega più di 300 monumenti (trincee, caverne, postazioni di artiglieria, sorgenti d'acqua, ecc.). I luoghi, un tempo segnati dalla guerra, oggi diffondono messaggi di pace, collaborazione e amicizia tra i popoli. Il Škabrijel è uno di questi luoghi.
Il notevole sforzo fisico necessario ad affrontare l’impegnativa e ripida sterrata
che porta verso la cima
viene premiato dalla bellissima veduta a 360° offerta dalla torre panoramica
.
Sv. Katarina (Kekec)
L'area di Sv. Katarina ebbe importanza militare già in epoca remota. La sua cima ospitò un castelliere preistorico sulle cui fondamenta, in epoca tardo-romana, venne costruito un insediamento fortificato dotato di torri. Sull'altura hanno lasciato un marchio indelebile anche i combattimenti durante la Grande Guerra, che in quest'area infuriarono dall'agosto 1916 alla fine dell'ottobre 1917. Una delle più importanti posizioni di difesa dell'esercito austro-ungarico è costituita dal bunker rettilineo lungo circa 300 m che passa proprio sotto il ristorante Gostilna Kekec.
Solkan / Salcano
Solkan – in italiano Salcano – è un borgo geloso della propria identità, inglobato nel comune di Nova Gorica pur avendo ottenuto nel 1988 lo status di insediamento autonomo. Sorge sulla riva sinistra dell'Isonzo, dove il fiume stringe tra le ultime propaggini alpine prima di aprirsi nella pianura goriziana. Fino al 1947 era il retroterra agricolo di Gorizia – vigneti, orti, una comunità multietnica con radici friulane profonde – poi il trattato di Parigi lo consegnò alla Jugoslavia, e di lì a poco cominciò a nascere Nova Gorica.
Il cuore del borgo è il Trg Jožeta Srebrniča, la piazza principale abbellita da una fontana, che è il punto di ritrovo per antonomasia dei solkanesi e tappa per i cicloturisti che hanno percorso la magnifica ciclabile dell'Isonzo
. Sul retro della piazza, in posizione leggermente rialzata, la chiesa parrocchiale di Santo Stefano, di origini antichissime – si ipotizza una fondazione medievale, forse longobarda – rimaneggiata nei secoli fino all'aspetto attuale. Appartiene alla diocesi di Capodistria e custodisce il ricordo di una comunità che ha attraversato dominazioni asburgica, italiana e jugoslava senza perdere la propria identità.
Protetto dalla linea ferroviaria Transalpina, il cimitero militare ricorda che Solkan fu direttamente investito dai combattimenti del fronte isontino tra italiani e austro-ungarici dal 1915 al 1917.
Il protagonista assoluto resta però il ponte ferroviario
, 219 metri di arco in pietra calcarea di Aurisina: il più grande arco in pietra per uso ferroviario del mondo. Costruito tra il 1900 e il 1905, inaugurato dall'arciduca Francesco Ferdinando nel 1906, fu fatto saltare nell'agosto 1916 con 930 chilogrammi di esplosivo dagli austro-ungarici in ritirata; gli italiani terminarono di ricostruirlo nel 1927.
Villa De Nordis
La villa
è un gioiello storico la cui sorte fu intrecciata indissolubilmente con la determinazione della sua proprietaria, la contessa Lyduska de Nordis Hornik. Nel cruciale 1947, mentre si ridisegnavano i confini tra Italia e Jugoslavia, la villa rischiava di finire oltre la nuova linea di demarcazione. Fu grazie alle sue influenti amicizie internazionali che la contessa Lyduska riuscì a far sì che la proprietà rimanesse in territorio italiano. Tra le sue frequentazioni c'era persino Sarah Churchill, figlia di Winston Churchill, e si ipotizza che anche il generale Dwight D. Eisenhower, futuro presidente degli Stati Uniti, potesse essere stato suo ospite. La sua caparbietà e la sua rete di contatti produssero una singolare deviazione ad angolo acuto del confine, che permise alla villa di restare in territorio italiano. Se poi la deviazione del confine dipese effettivamente dalle frequentazioni influenti o dalle feste che la ricca possidente si dice organizzasse per soddisfare il desiderio di divertimento degli Alleati non è dato sapere, ma sarebbe solo un’ulteriore dimostrazione di quanto l’arbitrio fu determinante in quei giorni. Ancora oggi il confine tra i due stati coincide con due lati del muro di recinzione della villa.
L’eleganza sobria dell’edificio si distingue per le linee neoclassiche che incorporano elementi che richiamano l'architettura delle ville venete.
Ma il vero fiore all'occhiello della proprietà è il suo vasto parco, un polmone verde che si estende per circa 15 ettari. Questo imponente spazio verde è un esempio di giardino all'inglese, caratterizzato da ampi prati ondulati, alberi secolari di varie specie che creano suggestivi giochi di luce e ombra, e sentieri sinuosi che invitano alla passeggiata. Il parco non è solo un'area verde, ma un vero e proprio ecosistema, con una ricca biodiversità e angoli pensati per la contemplazione.
Rosa di Gorizia
La Rosa di Gorizia
è un pregiato radicchio rosso selezionato negli anni dai contadini delle varie zone di Gorizia a partire dal XIX secolo. Ciò che lo contraddistingue è la forma simile a quella di una rosa.
Destinato a scomparire, oggi è un prodotto d’eccellenza del territorio goriziano, valorizzato dai contadini, da associazioni locali, come il Consorzio di Tutela, e riconosciuto come prodotto agroalimentare tradizionale (PAT).
La sua coltivazione, limitata a pochi ettari, avviene principalmente nella piana alluvionale tra Gorizia e Salcano (Slovenia), mantenendo un forte legame con la tradizione e il territorio, simbolo di identità culturale e gastronomica.
Viene seminato tra giugno e luglio in terreni fertili e ben drenati e raccolto tra fine ottobre ed inizio novembre con le radici. Legato in mazzi, viene conservato per un certo periodo in trincee scavate nel campo stesso, per evitare la perdita di peso causata dal gelo.
La successiva fase cruciale, tra novembre e febbraio, è quella della crescita in "forzatura" o "imbianchimento", necessaria per ridurre l’amaro e ottenere cuori più teneri e croccanti. Le piante vengono raccolte, pulite dalle foglie esterne e poste in ambienti protetti (serre o locali bui) a temperature controllate, spesso immerse in acqua corrente o coperte con teli.
Al momento opportuno si procede alla raccolta, rigorosamente manuale. I mazzi vengono tolti dal letto caldo, sciolti e le piante vengono ripulite una ad una. La ripulitura consiste nell’asportazione di tutte le foglie esterne conservando solo il cuore, la rosa appunto.
La Rosa di Gorizia, a causa delle elevate necessità di manodopera, è riconosciuta come il radicchio più costoso ed è ricercata da chef di tutto il mondo per bellezza e peculiarità gastronomiche e perciò degna di abbinamenti con altri preziosi ingredienti.


